Le storie che ci raccontiamo.

Parte seconda.

L’elefante incatenato.

Una storiella famosa racconta di un bambino al circo che, vedendo un enorme elefante incatenato ad un paletto piccolo, si chiese come mai un animale tanto possente potesse essere incatenato ad un paletto così esile…come mai non usava la sua forza che sarebbe stata senz’altro più che sufficiente a sradicare quel paletto?

La risposta l’ebbe chiedendo ad un ammaestratore che spiegò che quella catena e quel paletto sono gli stessi con cui l’elefante viene tenuto imprigionato quando è solo un cucciolo, quando cioè la sua forza non è effettivamente sufficiente a liberarsi. L’elefantino tenta molte volte di liberarsi, fin quando non si arrende al limite della sua forza, contro quella catena. Una volta imparata la lezione l’elefante rinuncia a tirare la catena, ed accade così che, pur crescendo in stazza e forza, rimane legato a quel paletto non tanto dalla catena, quanto dall’idea che si è fatto su di sé, di non potersi liberare.

Questo è quello che accade anche agli esseri umani: impariamo un nostro limite ad un certo punto della vita, e crediamo pertanto che quello sia e quello rimanga. Le convinzioni autolimitanti sono parte integrante del Sé, della propria identità: sono quello che ci raccontiamo in merito a quanto siamo in grado di fare o meno.

Grazie all’ipnosi è possibile “addormentare” in parte quella parte di cervello dove questi limiti sono memorizzati ed attivi, dando maggiore potere a quella parte creativa ed immaginativa che, ad esempio nei sogni, ci permette di fare ciò che da svegli non crederemmo mai di poter fare.

Le storie che ci raccontiamo.

Parte prima.

Dal momento che possiamo guardarci allo specchio e riconoscerci, ci attribuiamo, crescendo, delle qualità e dei difetti, delle caratteristiche. Impariamo “chi siamo” attraverso le esperienze personali ma anche e soprattutto vedendoci attraverso gli occhi degli altri: un bambino “sa” di essere un bravo bambino o meno rispecchiandosi nello sguardo dei genitori.

Una volta cresciuti abbiamo quindi un’immagine di noi che è il risultato, strato dopo strato, di questi nostri vissuti. Ma siamo creature che pensano il modo “narrativo”, diamo un senso all’esperienza, anche di chi siamo, attraverso una sorta di autobiografia implicita, un racconto di sé che è composto in minima parte da realtà oggettiva, e in gran parte da interpretazioni. Ho potuto vederlo moltissimo quando lavoravo nel club per single, quando chiedevamo ai clienti di autopresentarsi per iscritto, il risultato era spesso una fantasiosissima interpretazione di sé, così dissonante a quanto era evidente dal di fuori, che veniva da chiedersi come potesse la persona che avevo davanti credere veramente alcune cose di sé, in totale contrasto con i fatti concreti.

Quanto le idee che abbiamo su noi stessi sono fondate? Quanto la narrazione che raccontiamo, prima di tutto a noi stessi, è reale?

 

Molto spesso, in studio ma anche fuori, quando chiedo a qualcuno cosa prova o sente in merito a qualcosa, mi sento rispondere cosa pensa; per essere ancora più precisi, mi ritrovo ad ascoltare la storia razionale che racconta a me ( e a sé stesso ) sul perché ed il percome le cose sono andate così, e a volte addirittura descrivendo e motivando in modo logico… Quello che pensa di provare, o che pensa sarebbe giusto provare… Ma senza riconoscere cosa sia in realtà l’ emozione che sta un po’ più in basso rispetto alla logica della sua corteccia frontale: Il nome e la sostanza di ciò che aggrotta la sua fronte, contrae i muscoli di collo e spalle, contorce e muove le sue viscere.

Dobbiamo stare molto attenti quando ascoltiamo le persone. Possiamo ascoltare con le orecchie, ed è molto importante. Possiamo ascoltare anche con gli occhi, e saremo ascoltatori ancora più attenti. Per ascoltare fino in fondo, oltre ad orecchie ed occhi bisogna metterci la pancia: come certi strumenti musicali, abbiamo dentro una ” cassa di risonanza” delle emozioni, dove ci sono le nostre e quelle di chi è con noi, in quel momento. Se sappiamo ascoltare con la pancia, capiremo molto di più di quello che verrà detto. Potremo svelare la vera trama sotto le “storie” che ci si racconta. Così possiamo sentire, invece di provare a capire. Sentire con le orecchie, sentire con gli occhi, con la pancia e con il cuore. É questo che fa sentire veramente ascoltati.
Nella nostra cultura viene insegnato come pensare, o cosa pensare, senza considerare che noi siamo fatti più di sensazioni che di pensieri. Per cui ci facciamo opinioni “basate sulla logica”, su questo o quel ragionamento. Per sostenere ciò che pensiamo diciamo ” obiettivamente” come se esistesse un pensiero obiettivo, ” puro”, senza coloritura emotiva. Come se potesse esserci una realtà non mia o tua, o loro, ma oggettiva, pure se da tutti i campi della scienza ci viene la conferma che non esiste tale oggettività. Eppure le persone si ostinano a mutilare la ricchezza dell’esistenza umana di tutto ciò che è corporeo, viscerale, fisico; perché il sudore e i brividi, l’ eccitazione e lo stomaco che si stringe sono difficili da controllare. Che peccato… Così attenti a leggere le note che ci si perde la melodia.

 

Federico Scimone