Le storie che ci raccontiamo.

Parte seconda.

L’elefante incatenato.

Una storiella famosa racconta di un bambino al circo che, vedendo un enorme elefante incatenato ad un paletto piccolo, si chiese come mai un animale tanto possente potesse essere incatenato ad un paletto così esile…come mai non usava la sua forza che sarebbe stata senz’altro più che sufficiente a sradicare quel paletto?

La risposta l’ebbe chiedendo ad un ammaestratore che spiegò che quella catena e quel paletto sono gli stessi con cui l’elefante viene tenuto imprigionato quando è solo un cucciolo, quando cioè la sua forza non è effettivamente sufficiente a liberarsi. L’elefantino tenta molte volte di liberarsi, fin quando non si arrende al limite della sua forza, contro quella catena. Una volta imparata la lezione l’elefante rinuncia a tirare la catena, ed accade così che, pur crescendo in stazza e forza, rimane legato a quel paletto non tanto dalla catena, quanto dall’idea che si è fatto su di sé, di non potersi liberare.

Questo è quello che accade anche agli esseri umani: impariamo un nostro limite ad un certo punto della vita, e crediamo pertanto che quello sia e quello rimanga. Le convinzioni autolimitanti sono parte integrante del Sé, della propria identità: sono quello che ci raccontiamo in merito a quanto siamo in grado di fare o meno.

Grazie all’ipnosi è possibile “addormentare” in parte quella parte di cervello dove questi limiti sono memorizzati ed attivi, dando maggiore potere a quella parte creativa ed immaginativa che, ad esempio nei sogni, ci permette di fare ciò che da svegli non crederemmo mai di poter fare.

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