Le storie che ci raccontiamo.

Parte prima.

Dal momento che possiamo guardarci allo specchio e riconoscerci, ci attribuiamo, crescendo, delle qualità e dei difetti, delle caratteristiche. Impariamo “chi siamo” attraverso le esperienze personali ma anche e soprattutto vedendoci attraverso gli occhi degli altri: un bambino “sa” di essere un bravo bambino o meno rispecchiandosi nello sguardo dei genitori.

Una volta cresciuti abbiamo quindi un’immagine di noi che è il risultato, strato dopo strato, di questi nostri vissuti. Ma siamo creature che pensano il modo “narrativo”, diamo un senso all’esperienza, anche di chi siamo, attraverso una sorta di autobiografia implicita, un racconto di sé che è composto in minima parte da realtà oggettiva, e in gran parte da interpretazioni. Ho potuto vederlo moltissimo quando lavoravo nel club per single, quando chiedevamo ai clienti di autopresentarsi per iscritto, il risultato era spesso una fantasiosissima interpretazione di sé, così dissonante a quanto era evidente dal di fuori, che veniva da chiedersi come potesse la persona che avevo davanti credere veramente alcune cose di sé, in totale contrasto con i fatti concreti.

Quanto le idee che abbiamo su noi stessi sono fondate? Quanto la narrazione che raccontiamo, prima di tutto a noi stessi, è reale?

 

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